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Enrico Costa, La bella di Cabras

 

Giuseppe Marci

La Bella di Cabras (1888) è un romanzo che narra la vicenda sentimentale di Rosa. Ne è autore Enrico Costa (1841-1909), animato dal desiderio di “poter parlare della nostra Sardegna, tentando di descrivere i paesaggi, gli usi, i costumi delle diverse regioni che la compongono”.

Cabras, quindi: e, naturalmente, Oristano. Sei chilometri separano il villaggio (case di làdiri, uno stagno ricco di pesci, belle donne) dalla città. Lo scrittore descrive minuziosamente la casa di Rosa, le stanze, i mobili, gli ornamenti costituiti da crobis e canistreddas di giunco intrecciato, il cortile dove sta l’“asinello macinatore” e i buoi da lavoro.

Poi la peschiera di Pontis, la pesca dei muggini, le “famose bottarghe”, la preparazione dei mugheddus e della merca.

Ma l’evento che imprimerà una svolta al romanzo è imminente: lo straripamento del Tirso del 1860, in cui perde la vita la madre di Rosa, andata a Oristano non per il mercato dove si vendevano “erbaggi, o i frutti di mare”, ma per parlare con “l’Agente delle tasse”.

Priva del sostegno materno, Rosa prenderà servizio presso una nobile e ricca famiglia oristanese: il romanzo sviluppa così la sua trama prima sentimentale e lieta, dolente e tragica poi.

Mentre Rosa si dirige verso la città per lei fatale, Costa propone un “capitolo non obbligatorio” nel quale il tempo si ferma, la svolgimento della trama è interrotto e in tale sospensione si parla di storia sarda e delle caratteristiche di Oristano: negozi, acquedotto, statua della “valorosa Eleonora d’Arborea”, stazione ferroviaria, banca, Circolo sociale, Caffè, la vicina spiaggia “per i bagni di mare, a cui fra non molto si andrà col tranvai”, le strade, le case e gli abitanti: “Oristano è bella, bella d’una bellezza orientale!”.

Né manca un riferimento al carattere della popolazione, agli usi e ai costumi, alle attività tradizionali, prima fra tutte quella esercitata nel sobborgo dei Congiolargius, “fabbricanti di terraglie e stoviglie, i quali attirano la curiosità del forestiero per la semplicità, prestezza e precisione con cui lavorano”.

Costa, oltre che conoscitore di costumi sardi, è anche scrittore dotato di una vena umoristica, così ci ricorda che, fino al 1884, per prendere l’acqua bisognava andare al fiume. Una processione di ragazze con la brocca, già notate dal Lamarmora, sua fonte, che scrisse: “tant va la cruche à l’eau, qu’à la fin elle se casse!”.

Motto che ci riporta alle vicende narrate nel romanzo e al suo svolgimento.

Tracce bibliografiche

Enrico Costa, La Bella di Cabras, in «L’Avvenire di Sardegna», 15 dicembre 1887-21 marzo 1888.

Enrico Costa, La Bella di Cabras, Tipografia dell’Avvenire di Sardegna, Cagliari 1888.

Enrico Costa, La Bella di Cabras, Il Nuraghe, Cagliari 1925-27.

Enrico Costa, La Bella di Cabras, Quattromori, 1976.

Enrico Costa, La Bella di Cabras, (Giuseppe Marci, ed.), Ilisso, Nuoro 2001.

Enrico Costa, La Bella di Cabras, L’Unione Sarda, Cagliari 2003.

Enrico Costa, La Bella di Cabras, (Giuliano Forresu ed.), Centro di Studi Filologici Sardi / Cuec, Cagliari 2007.