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La Sartiglia di Oristano

Maurizio Casu

La più antica attestazione della Sartiglia di Oristano risale al 1547. La notizia, proveniente dall’Archivio Storico cittadino, documenta la disposizione dell’autorità civica dell’organizzazione di una giostra all’anello per celebrare il sovrano di Spagna, all’epoca, l’imperatore Carlo V.  Tale testimonianza, insieme a tutte le altre attestazioni della giostra oristanese dal XVI sino alla metà del XVIII secolo, conferma che nell’antica capitale del Regno Arborense, Città Regia della Corona di Spagna dal 1479, così come nelle altre grandi città dell’Italia e dell’Europa del tempo, i più importanti eventi religiosi e civili venivano celebrati con giostre equestri, caroselli ed eleganti mascherate.

Durante i secoli della dominazione spagnola prima e, successivamente, del governo piemontese, è documentata la volontà delle autorità civiche oristanesi di disporre le spese per l’organizzazione della giostra in occasione di eventi straordinari quali le solenni celebrazioni dei matrimoni e le nascite dei principi.

Tale sensibilità risulta attestata dai precisi riferimenti ai costi relativi ai costumi dei cavalieri, alle bardature dei cavalli nonché alle spese per la realizzazione delle lance e dell’anello, la sortilla propriamente detta, il bersaglio da cogliere nella corsa.

Nel XVI e nel XVII secolo, i consiglieri civici erano i protagonisti delle giostre che, rivestendo il ruolo di “mantenedores”, ovvero di maestri di campo, si cimentavano nelle corse equestri all’anello nella Piazza di Città, antistante il Palazzo di Città (attuale Piazza Eleonora), mentre il pubblico, numeroso, assisteva divertito. A partire dal XVIII secolo, in seguito all’assunzione di un ruolo rilevante nell’economia e nella società del tempo, nuovi attori protagonisti di questi eventi equestri saranno le corporazioni religiose artigiane.

Queste antiche istituzioni di mestiere, chiamate cofrarias o maestranças e successivamente gremi, sono documentate nelle città regie sarde sin dal XV secolo. I loro statuti, di diretta derivazione barcellonese, regolamentavano rigidamente il percorso dall’apprendistato alla maestria dei singoli operai, imponevano forme e prezzi dei manufatti, stabilivano i doveri di solidarietà nei confronti dei confratelli più bisognosi e quelli religiosi da tributare alla cappella e al santo patrono.

Una preziosa cronaca del 1722, confermando in età sabauda la partecipazione di tutti i sette gremi cittadini ai solenni festeggiamenti disposti dall’autorità civica per la celebrazione del matrimonio del sovrano Carlo Emanuele III di Savoia, ci fornisce la notizia della partecipazione dei componenti del Gremio dei Contadini che si cimentarono in quell’occasione in una elegante corsa alla stella, riferendoci il più antico legame tra la corporazione invocata a San Giovanni Battista e la giostra alla stella, bersaglio giunto sino ai nostri giorni. Attualmente, le attestazioni della Sartiglia quale avvenimento straordinario celebrativo, mai testimoniato nelle giornate del carnevale, giungono sino all’anno 1750.

Solo dal 1807 abbiamo notizie della Sartiglia legata all’ultima domenica di quinquagesima. Nel documento della visita pastorale del 1832 dell’Arcivescovo Arborense Giovanni Maria Bua, ritroviamo un esplicito riferimento al suo predecessore, Mons. Sisternes de Oblites, il quale già nel 1807 chiedeva al Gremio dei Contadini il contenimento delle spese relative alla giostra del Carnevale.

Dal 1750 al 1807, al momento, c’è un vuoto di testimonianze documentali che ci accompagna nel nuovo secolo presentandoci una Sartiglia rinnovata: istituzionalizzata ogni anno nelle giornate del Carnevale e disputata nella via della cattedrale arborense. Verosimilmente è da contestualizzare in quegli anni un lascito effettuato da un canonico oristanese, secondo la tradizione orale Giovanni Dessì, il quale avrebbe concesso un fondo rustico ai gremi per l’organizzazione dell’antica tradizione equestre. Recenti ritrovamenti archivistici hanno comprovato tra le proprietà del Gremio dei Contadini riferibili all’inizio del XIX secolo, l’esistenza di un chiuso detto “del Canonico Dessì”: tale attestazione confermerebbe l’ipotesi che riconoscerebbe nel canonico arborense il promotore della Sartiglia dell’epoca contemporanea, il quale, con la sua donazione, avrebbe conservato e perpetuato sino ai nostri giorni l’antica tradizione equestre dei gremi che forse rischiava di perdersi per sempre.