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Architettura religiosa

Architettura religiosa nel giudicato d’Arborea in età medievale

Aldo Sari
 

Le prime testimonianze di architettura religiosa cristiana nel territorio che in età medioevale avrebbe fatto parte del giudicato d’Arborea sono riconoscibili a Tharros che, istituita sede della diocesi omonima nel VI secolo, si era dotata allora di cattedrale e battistero, individuati nell’insula delle terme settentrionali della città romana. A Sinis, che fonti del VII secolo indicano quale sede vescovile tarrense, si costruiva tra la fine del VI e gli inizi del VII, forse nell’area di una precedente basilica cimiteriale, la chiesa di San Giovanni, a pianta cruciforme, sul modello del S. Saturno di Cagliari. Anche il primitivo impianto del santuario di S. Maria di Bonarcado, risalente al VII secolo, derivava nel corpo centrale dai martyria di quell’età. Alla fine del V secolo risaliva la diocesi di Forum Traiani, alla cui istituzione fu certamente determinante il culto martiriale di S. Lussorio. Già dal secolo precedente era stata eretta una memoria in ricordo del martire nel luogo stesso in cui era stato ucciso. Ampliata nel primo periodo bizantino fu poi inglobata nell’edificio attuale eretto nell’XI secolo in forme romaniche. Allo scorcio dello stesso secolo XI risalirebbe l’abbandono di Tharros e il trasferimento della corte giudicale ad Oristano, che diveniva capitale e sede dell’arcivescovo di Arborea. Ai primi del XII secolo sono documentate, poi, le cattedre vescovili di Santa Giusta, Terralba e Usellus. L’arcivescovo arborense aveva giurisdizione sulle chiese e gli abitati del vasto territorio dei Campidani Maggiore e di Milis, sulle curatorie di Guilcier, Barigadu, Mandrolisai, Barbagia di Ollolai, Barbagia di Belvì, Valenza e Brabaxiana; mentre il vescovo di Santa Giusta amministrava le quindici ville del Campidano di Simaxis; quello di Terralba le curatorie di Bonorzuli e Montis e l’altro di Usellus l’omonima curatoria e quella di Marmilla. Dell’antica cattedrale romanica di Oristano, risalente alla fine dell’XI-inizi del XII secolo, dopo i rifacimenti gotici e settecenteschi, resta soltanto parte dell’arredo presbiteriale marmoreo: ne ha lasciato una descrizione lo storico del Seicento Giorgio Aleo, il quale scrive di un impianto a croce probabilmente commissa, con tre navate divise da arcate su colonne e paramento murario dicromo. Quest’ultimo, opera di maestranze pisano-pistoiesi attive tra la fine del XII e il primo quarto del XIII secolo in numerose fabbriche dei giudicati di Torres e Arborea, risale al rifacimento commissionato dall’arcivescovo Torgotorio de Muru (1224-1237) e ultimato nel 1228, come risulta dall’iscrizione che maestro Placentinus appose nei picchiotti bronzei della porta lignea rinnovata per l’occasione. La sede diocesana di Santa Giusta è attestata dal 1119 (quando il vescovo Augustinus presenziò alla consacrazione del S. Saturno di Cagliari) al 1503, quando fu incorporata nell’archidiocesi arborense. Frutto del progetto unitario di un architetto pisano, anche per la cattedrale di Santa Giusta non sono state rintracciate fonti documentarie coeve alla sua edificazione, da collocarsi nel terzo decennio del XII secolo, in quanto la sua abside fu esemplata su quella del braccio meridionale del transetto della S. Maria di Pisa, consacrata nel 1118, e servì da modello a quella del S. Pietro di Terralba, ultimato nel 1144. Di stretta osservanza pisana, ha impianto a tre navate divise da arcate su colonne di spoglio, che reggono capitelli reimpiegati come marmi antichi o rilavorati da mano romanica. La copertura, però, a differenza della norma pisana, è a capriate solo nella navata centrale, mentre le laterali hanno volte a crociera, come nel S. Gavino di Porto Torres, del quale ripresenta il ritmo delle archeggiature esterne. Pure la cattedrale di S. Pietro di Terralba aveva, secondo la descrizione dello Spano, schema trinavato con copertura centrale a travature lignee e navatelle voltate. Ma la dipendenza da S. Giusta era evidente soprattutto nel partito absidale a cinque specchi conclusi da archetto su semicolonne con capitelli marmorei a foglia d’acanto. Della chiesa, ormai scomparsa, sopravviveva fino al 1926 l’abside romanica, di cui restano descrizioni e fotografie. Terralba fu sede dell’omonima diocesi dal 1144 (quando è documentato il vescovo Marianus) al 1503, quando venne unita a quella di Usellus e traslata ad Ales. Non si conosce il titolo della prima cattedrale usellense, identificabile forse con la chiesa di S. Reparata. L’edificio, completamente ricostruito entro il XVII secolo con inversione dell’asse liturgico, conserva strutture romaniche in base alle quali può restituirsi un impianto a tre navate con abside orientata, condotto secondo modi propri delle maestranze attive nella fabbrica della Cattedrale di Santa Giusta. Usellus fu sede di diocesi dal 1146 (quando il vescovo Murrellu presenziò alla consacrazione della chiesa nuova di S. Maria di Bonarcado) al 1503, quando fu aggregata, come si è detto, a quella di Terralba e trasferita ad Ales.

Il primo impianto della chiesa di S. Paolo di Milis, databile alla metà del XII secolo è ascrivibile a maestri reduci dal cantiere di S. Giusta, i quali lavorano anche in quello della “clesia nova” di S. Maria a Bonarcado, consacrata tra il 1146 e il 1147. Schemi tratti dal repertorio di S. Giusta si rintracciano ancora in edifici religiosi della seconda metà del secolo, ma ormai soverchiati dalle maniere di maestri e linguaggi nuovi. Dipende da una corrente architettonica diversa la chiesa di S. Palmerio a Ghilarza, costruita nel primo quarto del XIII secolo dalla stessa maestranza dei cantieri di Bulzi e Salvenero, formatasi tra Pisa e Lucca. Nel 1228, sotto Mariano II de Lacon-Gunale, si rifaceva il tetto della Cattedrale di Oristano, e nel secondo quarto del XIV secolo, sull’esempio del duomo cagliaritano e con modi gotico-italiani propri di quelle maestranze, essa era ampliata con un transetto su cui si affacciava la nuova tribuna quadrangolare affiancata da cappelle. In contemporanea con l’ampliamento della Cattedrale si colloca ad Oristano la fabbrica delle chiese di S. Chiara e di S. Martino, nonché quella di S. Maria Maddalena della vicina villa di Silì e del S. Serafino di Ghilarza. Intorno alla metà del ‘200 i francescani davano l’avvio ad Oristano alla fabbrica della chiesa intitolata al loro fondatore. Nel 1291 Anselmo da Como eseguiva a Zuri la chiesa di S. Pietro. La pianta piuttosto allungata, come quella del S. Francesco di Oristano, e l’alta luminosità interna indicano nell’autore una sensibilità ormai gotica. Nel 1347, primo anno del regno di Mariano IV di Bas-Serra, si fondava la chiesa di S. Gavino di Monreale, consacrata intorno al 1388. Accanto alle maestranze del cantiere della Cattedrale oristanese, che avevano divulgato i modi gotici introdotti nell’isola per opera dei francescani, agivano nel giudicato altri minori maestri che davano vita ad opere di transizione dove l’eredità romanica appare preponderante. Appartengono all’attività di questi ultimi le chiese di S. Gregorio di Sardara e del Carmine di Mogoro, databili al primo quarto del XIV secolo.

  • Giovanni di Sinis (Cabras)
  • Lussorio di Fordongianus
  • Pietro di Terralba
  • Reparata di Usellus
  • Maria di Bonarcatu (Bonarcado)
    Madonna di Bonarcatu (Bonarcado)
  • Pietro di Milis Piccinnu Seneghe
  • Marco di Piastra (Ollastra Simaxis)
  • Gregorio di Solarussa (Solarussa)
  • Maria di Norgillo (Norbello)
  • Pietro di Bitonì (Bidonì)
  • Nicola di Nurozo (Sorridile)
  • Nicola di Gurgo
  • Maria di Oristano
  • Paolo di Milis
  • Sofia di San Vero Milis
  • Palmerio di Ghilarza
  • Antonio di Zeddiani
  • Giovanni di Zerfaliu
  • Nicola di Massama
  • Leonardo di Masullas
  • Nicola di Barumini
  • Giovanni di Barumini
  • Giovanni di Mara Arborei (Villamar)
  • Pietro di Mara Arborei (Villamar)
  • Michele di Siddi
  • Pietro di Zuri (Ghilarza)
  • Serafino di Ghilarza
  • Francesco di Oristano
  • Gregorio di Sardara
  • Maria di Logoro
  • Maria di Guspini
  • Maria Maddalena di Silì (Oristano)
  • Martino Oristano
  • Chiara Oristano
  • Gavino di Monreale (San Gavino Monreale)

Tracce bibliografiche

R. Delogu, L’Architettura del Medioevo in Sardegna, Roma 1953 (ristampa Sassari 1988).

R. Serra, La Sardegna romanica, Milano 1989.

R. Coroneo, Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ’300, Nuoro, 1993.