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Il latino della cancelleria arborense

Antonio Piras
 

Il latino usato nella cancelleria arborense varia a seconda della tipologia del documento. I documenti indirizzati ad una cancelleria estera, o comunque di portata internazionale, presentano un linguaggio stereotipato con i tratti di una vera koinè burocratica e cancelleresca, mentre quelli amministrativi ad uso interno utilizzano una cifra più aperta all’accoglimento di lessemi o sintagmi propri del sermo cotidianus. Il tratto più marcato di questo latino burocratico è la formularità, intesa come principio generatore di un linguaggio capace di esprimere i concetti non per singoli lessemi, ma attraverso corposi sintagmi (per formulas) in una sorta di massimizzazione espressiva. La formularità non costituisce una “camicia di forza”, ma possiede una sua produttività: le formule infatti funzionano come elementi di una «sovragrammatica» che ha per esito un periodare ampio e artificioso. Tale dilatazione espressiva si deve sia all’esigenza di precisione giuridica sia alla predilezione propria del tardolatino per le forme fonicamente corpose che vanno via via a sostituire quelle più esili, soggette ad usura: ne è tipico esempio la sostituzione di ut completivo e finale col più sonoro quatenus. Sulla stessa linea si pone l’accumulo di sinonimi, che, al di là del loro valore semantico, hanno spesso la funzione di rimarcare un concetto, costruendo nel contempo un efficace segmento ritmico; o anche la cosiddetta “paratassi verbale”, ossia la giustapposizione di diversi tempi di uno stesso verbo: ad es. interest et intererit o, in forma trimembre, interest et intererit vel interesse poterit; o ancora la sovrabbondanza di verbi fraseologici, come volodignormereorvideor etc., tipici dell’epistolografia ufficiale e sovente impiegati per realizzare delle clausole ritmiche.

La morfosintassi è in genere rispettosa della norma, benché non manchino qua e là anomalie, dovute talvolta più alla disattenzione che all’imperizia dello scriba. Diverso è tuttavia, ad esempio, il fenomeno dell’ablativo dopo la preposizione per, documentato dal II secolo d.C. come tratto popolareggiante. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il fenomeno non è legato allo sfaldarsi del sistema flessivo, bensì all’incrociarsi delle funzioni di per e ab in una sorta di contaminazione (cfr. fr. par). Notevole è anche l’uso di quam come congiunzione dichiarativa equivalente a quod/quia: nel tardolatino al quod dichiarativo si affiancò, con lo stesso valore, quia, che incrociandosi con qua e quam divenne senz’altro qua. Il fenomeno acquista nel nostro caso un rilievo particolare, dal momento che notoriamente si continua nella congiunzione ka del sardo. Lo stesso quod risulta inoltre una congiunzione subordinante polivalente. Caratteristica è anche la sovrabbondanza delle forme dictuspraedictus,praefatushuiusmodi etc., che si presentano come surrogati dei semplici dimostrativi e contribuiscono alla dilatazione del periodo.

Per quanto riguarda l’aspetto grafo-fonetico, i dittonghi ae ed oe sono resi costantemente con e; il nesso ti + vocale si alterna con ci, anche quando è accentato (ad es. reservationibusaccanto a donacionis e tocius per totius, il che fa pensare che la palatalizzazione avveniva anche quando la sillaba era tonica); talvolta non è indicata la h in principio di parola, come in anc (= hanc) e abebimus (= habebimus); altre volte la stessa lettera compare indebitamente in casi di ipercorrettismo, come honerato (= onerato) e preherit (= praeerit); la isemiconsonantica, soprattutto nei dittonghi discendenti, appare talora come y, come in rey e dey. Le consonanti interne sono soggette ora a raddoppiamento (dottalisprovvideatpubblicumcautella) ora a scempiamento (sumumefectum). Saranno dovute invece a ipercorrettismo grafie come premictiturpromictimus, così come anche reddictibusracta, forme che denotano l’equivalenza grafo-fonetica dei nessi ct e tt e che in ambiente sardo potrebbero non essere senza un qualche significato.

Trattandosi di una lingua fortemente standardizzata, le peculiarità si limitano a toponimi, antroponimi e tecnicismi relativi all’ambiente locale e forse a qualche fenomeno grafo-fonetico. È il tipo stesso di documentazione ufficiale, soprattutto se di portata internazionale, a far sì che ragioni di prestigio e di emulazione portino a utilizzare un linguaggio quanto più convenzionale e refrattario a infiltrazioni locali.

Tracce bibliografiche

Cicu, Il latino nel giudicato d’Arborea, in Società e cultura nel Giudicato d’Arborea e nella Carta de Logu, Atti del Convegno (Oristano, 5-8 dicembre 1992), a cura di G. Mele, Nuoro 1995, pp. 121-131.

Piras, I caratteri del latino nei documenti della cancelleria arborense, in Giudicato d'Arborea e Marchesato di Oristano: proiezioni mediterranee e aspetti di storia locale. Atti del 1° convegno Internazionale di Studi (Oristano, 5-8 dicembre 1997), a cura di G. Mele, II, Oristano 2000, pp. 915-923.

Luiselli, Aspetti della situazione linguistica latina nel passaggio dall’antichità al medioevo, «Romanobarbarica» 2 (1977), pp. 59-89.