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La società

Gian Giacomo Ortu

 

La società arborense del tardo Trecento mostra un profilo marcatamente rurale. I riferimenti alla vita urbana sono limitati a Oristano, sede della corte e dei maggiori uffici e coronas e luogo privilegiato di mercato. Notai e scrivani, avvocati e procuratori, mercanti, artigiani e tavernieri stendono la rete dei loro interessi ed attività sull’intero giudicato, ma non sembrano beneficiare di uno speciale statuto urbano neppure quando risiedono a Oristano, sottoposti alla giurisdizione di un podestà.

La distinzione più generale di statuto territoriale riguarda piuttosto quella tra sudditi immediati del giudice («hominis de sa corte») e vassalli dei feudatari («hominis de feu»). La gerarchia degli statuti civili non è tuttavia diversa nelle villas afeadas e in quelle sotto diretta giurisdizone giudicale («de sa corti»): hominislieros, lieros de caballo, fideles. Il secondo e il terzo livello sono sottratti alla giurisdizione dei fideles, i concessionari di feudi, anche quando risiedono nei loro villaggi (XCCII), e la distinzione tra essi riguarda soltanto la prestazione del servizio armato a cavallo. Il nerbo dell’ufficialità giudicale è certamente tratto da questo ceto di liberi, come pure la ristretta aristocrazia dei fideles del giudice. Sottratti alla giurisdizione feudale sono anche i terrales de fictu, beneficiari molto probabilmente di concessioni fondiarie di tipo enfiteutico.

Quando possibile, i giurati sono scelti tra i liberi (LVI), ma in mancanza di questi, specie nei territori infeudati, tra «sus megus hominis de sa villa» (XCIII), e cioè tra i vassalli più valenti.

La massa degli homines tributari del giudice e dei suoi fideles è in condizione vassallatica, non servile, e non patisce più neppure la costrizione domiciliare (diversamente dai remensas catalani) perché possono trasferirsi da un distretto all’altro, con il solo obbligo di saldare i tributi dovuti nel luogo di provenienza (XCVI). Nella Carta non vi è alcun esplicito riferimento a soggetti sottoposti alla servitù domestica e personale, poiché anche la dipendenza dei saracus/as da un padrone (pardono) sembra avere un carattere contrattuale (CXXXVII). Vero è che il silenzio della Carta sui servi può anche spiegarsi con una loro permanente estraneità allo statuto degli uomini liberi, e dunque alla legge, ma un confronto con la Carta de Logu cagliaritana (di cui Marco Tangheroni ha ritrovato e pubblicato alcuni capitoli) mostra lo stato assai più evoluto della società arborense del tardo Trecento rispetto alle più antiche società giudicali.