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Architetture civili in età moderna nei territori dell’Arborea

Ivo Serafino Fenu

 

Quello prodotto in Sardegna nei circa quattro secoli che vanno dai primi decenni del XIV fino ai primi del XVIII secolo è un patrimonio vastissimo e multiforme ma, in gran parte, legato alla committenza religiosa che, oltre agli edifici, abbraccia un’incredibile varietà di arredi ecclesiastici, talvolta veri e propri conduttori di un repertorio decorativo che condizionò anche il gusto dei rarissimi palazzi nobiliari e della più dimessa architettura domestica. Entrambi, in maniera più o meno evidente, portano impressi i segni inconfondibili della tradizione culturale gotico-catalana e spagnola, una volta che, col matrimonio dei re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, si giunse, nel 1506, alla proclamazione della Corona di Spagna. In realtà la “catalanizzazione” dell’Isola partì agli inizi del XIV secolo quando, il 9 giugno del 1326, gli aragonesi espugnarono il Castello pisano di Cagliari; nel corso del Trecento i rapporti con l’ambito italiano si fecero sempre più labili mentre più intensi, fino a divenire preminenti, diventarono quelli col mondo iberico. Durante la dominazione catalana s’impose la moda di decorare architravi e stipiti di porte e finestre con eleganti motivi ornamentali di tradizione iberica. Nel ’400 il fenomeno si limitò a città quali Alghero e Sassari ma è nel ’500 che la moda varcò i confini dei centri urbani e si diffuse nei villaggi, sempre attraverso la mediazione dell’architettura religiosa che, nei suoi cantieri, forniva modelli ed educava i picapedrers, a questo punto non più catalani ma sardi. Abili nell’arte della costruzione e della decorazione, erano, al contempo, architetti guidati dalla prassi di cantiere e scalpellini che, ostinatamente proposero, con un accento sempre più popolaresco, il loro repertorio figurativo per secoli, addirittura fino alle soglie del XIX. Tra fine ’500 e primi del ’600 abili maestranze costruiscono la cosiddetta casa aragonese a Fordongianus, raro esempio sopravvissuto di abitazione signorile del periodo. Stilisticamente le decorazioni si concentravano sugli architravi con l’immancabile arco inflesso catalano, ora estremamente semplificato, ora elegantemente stilizzato, con croci clipeate o siglati e datati, molto spesso decorati con motivi eccentrici dei quali si è perso il significato originario, come nell’esempio conservato a Bosa datato 1580 e, comunque, legati allo status sociale o all’attività economica dei committenti. Merita attenzione, in tal senso, la cosiddetta “Casa di Eleonora” a Oristano, una delle rare architetture civili erette tra la fine XVI e gli inizi del XVII secolo in città e che si caratterizza per l’intaglio delle semicolonne analogo alle decorazioni utilizzate dagli argentieri sardi nelle suppellettili ecclesiastiche, con elementi ancora gotici commisti ad altri tardo rinascimentali. Per la città un esempio architettonico particolarmente significativo perché legato a un momento di stasi edilizia in una fase di inarrestabile declino dopo i fasti giudicali.

 

Bibliografia di riferimento

 

Jordi Carbonell - Francesco Manconi (edd.), I Catalani in Sardegna, Cinisello Balsamo 1984.

Francesco Manconi (ed.), La società sarda in età spagnola, I-II, Musumeci-CRS, Cagliari-Quartu 1992.

Salvatore Naitza, Architettura dal tardo ‘600 al Classicismo purista, Ilisso, Nuoro 1992.

Francesca Segni Pulvirenti - Aldo Sari, Architettura tardogotica e d’influsso rinascimentale, schede n. 87, n. 88, n. 91 di Ivo Serafino Fenu, Ilisso, Nuoro 1994.