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Il condaghe di S. Maria di Bonarcado

Maurizio Virdis
 

La parola condaghe deriva dal greco bizantino kontάkion con la quale si indicava il bastoncello intorno al quale si avvolgeva la pergamena; nella grecità e latinità medievali i contacia designavano dei rotoli, poi un libro, di natura liturgica, circonfusi da un’aura di sacralità. La parola era infatti passata a indicare il contenuto della pergamena stessa. È probabile che siffatti contacia fossero presenti anche nella Sardegna altomedievale dalla forte impronta bizantina. I condaghes sardi oggi pervenutici sono raccolte di atti giuridici (cioè di kontάkia) o di memorie registrate in un apposito codice: ad essi non mancò quell’aura di sacralità – religioso-regale – che l’etimo iniziale loro conferiva. Tre sono i Condaghi dei secoli XII-XIII pervenutici: oltre il condaghe bonarcadese, abbiamo il Condaghe di San Pietro di Silki e  il Condaghe di San Nicola di Trullas; e inoltre Condaghe di San Michele di Salvennor, pervenutoci in una tarda traduzione spagnola.

Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado raccoglie, lungo un arco temporale compreso fra i primi decenni del secolo XII fino alla metà del secolo XIII, atti dal valore giuridico e la registrazione di memorie relative alla vita del monastero benedettino camaldolese di Bonarcado, dipendente dalla badia di San Zenone di Pisa. Il manoscritto che ce lo tramanda è custodito, dal 1937, presso la  Biblioteca Universitaria di Cagliari (ms. 277); esso si compone di novantuno carte, di mani diverse, malamente rilegate, forse nel secolo XVII, in maniera disordinata, senza un ordine cronologico.

Le memorie e gli atti  sono organizzati in schede. E diverso è il contenuto di queste carte; si tratta, per lo più, di transazioni, relative alla vita economica del monastero bonarcadese: donazioni, compere, vendite, permute. Ma numerosi sono anche i resoconti dei chertos, delle liti giudiziarie, spesso narrati con un certo brio e ritmo narrativo.

Queste carte sono una testimonianza preziosa della storia, ma anche della vita sociale, delle abitudini, della quotidianità della Sardegna medievale e del Giudicato d’Arborea più in particolare. E sono, ovviamente, una altrettanto preziosa testimonianza della lingua sarda del medioevo nella sua varietà arborense.

Sarebbe però errato considerare le scritture dei condaghes come soltanto delle aride registrazioni, composte secondo un dettato sciatto e primitivo e con intenti puramente pragmatici. Queste scritture mostrano talvolta una scrittura che risponde a modelli scrittorii consolidati nella pratica di scriptores monastici non certo incolti, modelli poi intrecciati con le strutture discorsive più proprie dell’oralità, in un impasto linguistico e stilistico originalissimo, e che testimonia una strategia discorsiva consumata, e affinata sulla pratica delle Sacre Scritture. Esemplare, a tal proposito, la scheda 131.

Né dovrà sembrare esagerazione se si dice che le scritture dei condaghes costituiscono una aurorale prova di scrittura letteraria in lingua sarda, quando narrano con avveduta abilità, i chertos di capitale importanza giuridica e sociomorale per l’esistenza del monastero.

Tracce bibliografiche 

Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, Maurizio Virdis (ed.), CUEC/Centro di Studi Filologici Sardi, Sassari-Cagliari 2002.

Giampaolo Mele, I Condaghi: specchio storico di devozione e delle tradizioni liturgiche nella Sardegna medievale, in La civiltà giudicale in Sardegna nei secoli XI-XIII. Fonti e documenti scritti, Associazione Condaghe S. Pietro in Silki, Sassari 2002.

Patrizia Serra, Alle origini della scrittura letteraria in Sardegna, in Questioni di letteratura sarda. Un paradigma da definire, FrancoAngeli, Milano, 2012.