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La Sardiniae brevis historia et descriptio di Sigismondo Arquer

Marina Sechi Nuvole

La Sardiniae brevis historia et descriptio, opera del cagliaritano Sigismondo Arquer, venne pubblicata per la prima volta nelle edizioni tedesca e latina del 1550 della Cosmographia Universalis di Sebastiano Münster, nel libro II: il compendio, sintetico, delineava le principali caratteristiche geografiche e storiche isolane. «Per una maggiore intelligenza del testo» (BALDACCI O., p. 362) venne allegato un utile completamento: una carta dell’Isola intitolata Sardinia Insula ritenuta «forse la migliore fra tutte le carte relative all’Italia contenute nell’opera münsteriana» (ALMAGIA’ R., p. 82). La rappresentazione, una incisione in legno appartenente alla tipologia tabulae novae tolemaiche (mm. 255 x 155) conservata anche presso la Biblioteca Comunale di Cagliari, è priva di scala, non è graduata lungo i margini mentre per l’orientamento è priva dell’indicazione del meridio, tralasciato probabilmente per mancanza di spazio dato l’errato posizionamento dell’isola di San Pietro.

L’ubicazione degli oggetti geografici nel suo interno pare molto lontana dalla realtà ma tra gli elementi originali ben collocati, evidenziati con la terminologia dell’epoca, vi è la suddivisione dell’Isola nelle due province «Caput Logudori» e «Caput Calaris» e la disposizione di ben 30 centri abitati (cfr. la Tabula sete de Europa tolemaica contenuta nel codice membranaceo Urbinate Greco 82, fine del XIII secolo), compresa la città regia di Oristang (Oristano), simbolicamente raffigurata in veduta prospettica cinta da mura e torri, con l’interno fittamente incasato ed in alcune parti lumeggiato. Di fronte all’abitato l’omonimo golfo che, a differenza dell’intero tracciato costiero disegnato sommariamente, esprime «una grossolana aderenza alla realtà» (BALDACCI O., p. 359).

«Il lato negativo della carta è offerto dalla idrografia» (BALDACCI O., p. 360) con aste fluviali fantastiche, brevi, rappresentanti gli interi bacini, prive di idronimo. L’incisione del Tirso, di pretta derivazione tolemaica, non fornisce alcun elemento geografico: il fiume sgorgante secondo l’Arquer nell’agro del comune di Meana Sardo (Riu Araxisi?) viene occluso nel medio corso dall’illustrazione del centro abitato denotando lo scarso interesse dell’autore per i corsi d’acqua.

Una annotazione sulla toponomastica in uso è stata collocata, ad oriente dell’Isola, sul Mar Tirreno all’interno di un cartillo (ed. latina 1550, p. 243r) in cui l’autore ricorda all’osservatore che «Nomina ista omnia nova sunt et usitata nunc in Sardinia. Si diligens lector voluerit nomina antiqua etiam scire, tabulam Ptolemaei cum hac conferat ac rem apertam haberit».

Le informazioni riportate nella carta dell’Arquer non rimasero senza seguito. «Le indicazioni servirono di base per una Carta della Sardegna e per la pianta prospettica di Cagliari, ed il G. F. Fara con la sua fondamentale Corographia Sardiniae» (ZURRIDA I., pp. 4-5; p. 12) e, un quarantennio dopo, vennero utilizzate anche da Gerardo Mercatore.

La pregevole monografia «nel quale le cose e le vicende della Sardegna vennero trattate con intendimenti critici, con chiara visione delle virtù e dei difetti dei suoi abitanti e con perfetta conoscenza degli organismi che la reggevano» (SCANO D., p. 115) si può definire la prima descrizione moderna geografico-storica dell’Isola.

Nel secondo capitolo dal titolo Suolo, fertilità, insalubrità del clima ed altre cose degne di ricordo l’autore sottolineò che «la Sardegna ha pure fiumi numerosi ed ameni, ma non profondi, che d’estate possono essere guadati. Solino dice, e con verità, che nella Sardegna sono stagni molto pescosi, specialmente presso la città di Oristano … i sardi godono in ogni luogo ed in ogni stagione di aria salubre, se si eccettuano alcuni luoghi piani, specialmente Oristano, dove il terreno è paludoso, e dove esalano dal terreno vapori grassi, e sopravvenendo il calore del sole l’aria si corrompe, e danneggia molto chi non è avvezzo. Ma agli abitanti ed a coloro che sono acclimatati sin dalla fanciullezza, e a chi non lavora in campagna, non nuoce, anzi vi si trovano come in altre regioni abitanti longevi e robusti. Ma i forestieri e coloro che sono abituati ad una vita più molle, facilmente vanno soggetti alla malattia, quando si espongono ai calori del sole. Credo che la causa sia questa: l’isola ha il terreno molto pingue, e pianeggiante, specie da Oristano a Cagliari, e coll’aumentare del calore solare, esalano vapori densi che corrompono l’aria, ed i corpi più delicati non potendoli sopportare, facilmente ammalano» (CONCAS E., p. 9; pp. 11-12).

Nel terzo capitolo dedicato agli Antichi vocaboli della Sardegna; governi passati e presenti; antichità l’Arquer asserì che «occupata la Sardegna, i Pisani ed i Liguri se la divisero fra di loro, chiamando una parte Capo di Cagliari, e Capo di Logudoro l’altra, che i Liguri tennero per sé. Allora i sardi avevano anche i loro Giudici, che risiedevano ad Oristano, luogo che prima era chiamato Arborea, i quali strinsero alleanza coi Pisani e coi Genovesi … i Giudici di Arborea tramandarono ai posteri leggi in lingua sarda, riunite in un volume, le quali anche oggi si osservano in quasi tutta la Sardegna nelle cause sugli averi di campagna e sui villici, e son chiamate Carta de Logu … il re d’Aragona … trasformò il giudicato d’Arborea in Marchesato, e diede quella regione in feudo ad uno dei suoi sudditi» (CONCAS E., pp. 15-16).

Nel quarto capitolo dal titolo Città lo stesso attestò: «E’ la Sardegna mediocremente popolata, ed ha non poche città … Oristano, città metropolitana, è situata in pianura, un po’ distante dal mare: ha un porto rivolto ad occidente; il clima vi è insalubre a causa delle paludi e degli scogli, e perciò non è molto popolata. I suoi stagni sono molto pescosi; vi sbocca vicino il più gran fiume dell’isola. Nella città si trova una gran statua del Crocefisso, alquanto antica, che dicono scolpita da Nicodemo, e perciò è molto venerata dal popolo. Quella regione una volta era chiamata Arborea, ora invece si chiama Marchesato di Oristano. Essendosi un marchese ribellato al re d’Aragona, fu privato del suo dominio, ed il re divenne immediato signore della città» (CONCAS E., p. 19).

Nel settimo capitolo dal titolo Magistrature; natura; costumi; leggi e religione dei Sardi il geografo cagliaritano testimoniò: «gli uffici ecclesiastici in Sardegna sono costituiti secondo i decreti del papa. In fatti vi sono tre Arcivescovi, il Cagliaritano, l’Arborense, e il Turritanese o Sassarese, i quali hanno alle dipendenze alcuni vescovi» (CONCAS E., p. 24).

Tracce bibliografiche

ALMAGIA’ R., L’Italia di Giovanni Antonio Magini e la cartografia dell’Italia nei secoli XVI e XVII, Napoli, Perrella, 1922.

BALDACCI O., Appunti sulla carta della Sardegna di Sigismondo Arquer, «Bollettino della Società Geografica italiana», s. VIII, vol. IV, fasc. 6, 1951, pp. 358-362.

COCCO M. M., Sigismondo Arquer dagli studi giovanili all’autodafé (con edizione critica delle Lettere e delle Copias al imagen del Crucifixo), Cagliari, Edizioni Castello, 1987, pp. 401-414.

CONCAS E., Sardiniae Brevis Historia et Descriptio, testo e trad. a cura di CONCAS E., Cagliari, Società Tipografica Sarda, 1922.

PILONI L., Le carte geografiche della Sardegna, Cagliari, Editrice Sarda Fossataro, 1974, tav. XXII.

SCANO D., Sigismondo Arquer, «Archivio Storico Sardo», vol. XIX, fasc. I-II, Cagliari, Tipografia Giovanni Ledda, 1935, XIII, pp. 2-137 con appendice pp. I-XC.

ZEDDA MACCIO’ I., La forma. L’astronomo, il geografo, l’ingegnere, in AA.VV., Imago SardiniaeCartografia storica di un’Isola mediterranea, Cagliari, Tema, 1999, pp. 41-43.

ZURRIDA I., Mostra delle antiche carte geografiche sarde del Consiglio Regionale della SardegnaLa Raccolta, Cagliari, Società Poligrafica Sarda, 1959.